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Equitalia sarà più umana: approvati quatto decreti salva ritardatari

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Il Governo ha finalmente approvato quattro decreti per risolvere la piaga dei ritardati pagamenti da parte della Pa, una buona mossa per riavvicinare Stato e contribuenti, scrive Enrico Zanetti, direttore di Eutekne.info. Tuttavia, ora sono necessari tre ulteriori passi: l’ampliamento dei poteri degli ispettori della spending review, la revisione dei costi della riscossione e la riforma del pubblico impiego.

Dopo quasi un anno e mezzo inutilmente passato a esacerbare i rapporti tra Stato e Paese, con la retorica dell’evasore parassita della società e l’etica delle tasse “a prescindere”, chi siede nelle istituzioni sembra finalmente aver capito che, senza equilibrio e reciprocità, la coesione sociale è destinata a saltare ancora prima dei conti dello Stato.

Tanto per cominciare, negli ultimi due mesi sono stati introdotti, tra gli altri, alcuni correttivi volti a rendere “più umane” le procedure di riscossione di imposte e contributi che l’ente è tenuto ad osservare. Di queste mitigazioni è stato dato pochissimo risalto ed invece si tratta di norme assolutamente apprezzabili, al netto però di un particolare non trascurabile (che, forse, è uno dei motivi della loro scarsa pubblicizzazione): si applicano nella generalità dei casi ai procedimenti avviati a partire dal 2 marzo 2012 e non anche a quelli già in corso a tale data, lasciando quindi i cittadini e le imprese che ne erano interessate nelle “grinfie” di una riscossione che le stesse istituzioni hanno infine implicitamente riconosciuto essere stata troppo feroce. Mai come in questo caso, invece, il principio penale del favor rei avrebbe dovuto trovare la propria “traduzione finanziaria” in principio del favor debitoris.

Ora, il Governo ha finalmente approvato quattro decreti finalizzati a risolvere la piaga dei ritardati pagamenti da parte della pubblica amministrazione e la conseguente crisi di liquidità per le imprese. Problema non da poco è che nessuno è in grado di quantificare esattamente a quanto ammontino complessivamente questi debiti, causa un sistema di contabilità nazionale che ancora oggi si fonda su un criterio finanziario, tale per cui, paradosso dei paradossi, un debito di una pubblica amministrazione, fino a quando non viene pagato, non fa debito pubblico.

In attesa che le novità sulla riscossione comincino a trovare sempre più ampia applicazione e che i decreti sui pagamenti delle imprese divengano concretamente operativi, quali devono essere le prossime mosse di questo percorso di riavvicinamento tra un cittadino che si sentiva (e si sente) sempre più suddito e uno Stato che si considerava (e si considera) sempre più sovrano?

Tre sono quelle fondamentali. La prima: assicurare effettività immediata e prospettica al processo di spending review, creando una task force dotata di poteri ispettivi, coercitivi e sanzionatori speculari a quelli di cui dispone l’Agenzia delle entrate nel suo rapporto con i contribuenti. Vogliamo l’Agenzia delle uscite.

La seconda: rivedere i costi della riscossione, non semplicemente decurtando l’attuale aggio del 9% di un paio di punti percentuali, bensì rimodulandolo per tassi decrescenti all’aumentare dell’importo su cui si applicano, fino alla previsione di un vero e proprio tetto massimo.

È chiaro che gli aggi sulle grandi riscossioni servono anche a finanziare i costi relativi alle piccole riscossioni, ma, senza una modulazione regressiva delle aliquote la previsione di un tetto massimo, la situazione che si determina è veramente iniqua. Il contribuente che non paga il dovuto si vede già applicare, giustamente, le sanzioni su ciò che non ha dichiarato o comunque non ha versato. Trasformare l’aggio da un corrispettivo dei costi di riscossione in una vera e propria tassa redistributiva sulla riscossione è molto pratico nel breve, ma alla lunga inaccettabile dal punto di vista politico e sociale.

La terza: riformare in modo radicale il pubblico impiego, soprattutto per quel che concerne la mobilità interna. Di fronte a un settore privato in cui, tra fallimenti e riorganizzazioni, la certezza del lavoro non esiste più, il settore pubblico (che, ricordiamolo, è al suo servizio) deve quanto meno accettare di mettere in discussione la certezza della mansione specifica, per consentire la allocazione di volta in volta migliore delle risorse di cui dispone.

Tre passi ulteriori e la coesione sociale tornerà a rinsaldarsi, tacitando quei populismi sicuramente pericolosi nel lungo periodo, ma ai quali oggi non si può che riconoscere un ruolo fondamentale nel gridare “sveglia” nelle orecchie di chi, fino a due mesi fa, evidentemente dormiva e sognava una realtà tutta sua.

 

 

 

 

 

 

 

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